Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

sabato 19 maggio 2018

A tu per tu con SILVIA MOLINARI

Incontriamo oggi Silvia Molinari, autrice di due romanzi: Nelle Acque del Passato e London Lies, entrambi auto pubblicati.

1) Per rompere il ghiaccio le chiediamo di raccontarci un po' di lei.

Sono nata a Piacenza, vivo da molto tempo in una cittadina dell’hinterland di Milano, ma ho vissuto in diversi posti – Firenze, Southampton, San Josè – che hanno accresciuto la mia passione per i viaggi. Dopo la laurea in Economia, ho lavorato per diversi anni in società di consulenza coltivando, nel poco tempo libero, una profonda passione per la lettura, la scrittura e la fotografia. Sono sposata e madre di due gemelli. Credo nell’amicizia e nella lealtà e amo trascorrere le mie vacanze sulle Dolomiti, il posto più bello del mondo.

2) Come è nata la passione per la scrittura?

La mia passione per la scrittura è nata di pari passo a quella per la lettura. Si sono sempre alimentate a vicenda, in modo quasi simbiotico.
Ho trascorso un’infanzia in compagnia di diari in cui annotavo pensieri e brevi racconti e di tanti libri, soprattutto di autrici britanniche, spaziando dai gialli di Agatha Christie ai romanzi d’amore di Barbara Cartland, fino a scoprire Jane Austen e Charlotte Brontë, in assoluto le mie autrici preferite.

3) I tuoi romanzi appartengono a due "generi" letterari molto diversi: Nelle acque del passato è un romanzo storico, mentre London Lies si può far rientrare nel genere commedia. Con quale dei due generi ti sei trovata più a tuo agio?

Sicuramente ‘London Lies’ è stato più facile da scrivere: lavorando da anni nell’ambiente della consulenza, mi è venuto istintivo prendere spunto da essa per creare un’opera di fantasia. ‘Nelle acque del passato’ ha richiesto, invece, un profondo lavoro di ricerca: ogni descrizione, riferimento a mezzi di trasporto, abiti, personaggi storici, doveva essere verificato. Il libro riporta eventi storici e aneddoti realmente accaduti, ho quindi dovuto fare in modo che tutto il romanzo risultasse realistico, ovviamente ad esclusione del viaggio nel passato che, ahimè, tutti gli scienziati confermano all’unanimità essere del tutto impossibile (purtroppo!).

4) Si dice che nei personaggi dei romanzi, si rispecchi un po' l'anima dello scrittore. È così anche per te? Cosa c'è di Silvia in Maya Romin, alias Sophie Lesange – protagonista di Nelle acque del passato – e in Emma Woodhouse – protagonista di London Lies?

Potrei rispondere che c’è tutto di me, ma paradossalmente sono tante parti e non la totalità, e queste parti si distribuiscono in modo casuale in tanti personaggi, anche secondari, dei miei romanzi. Emma ha la mia stessa istintività, è permalosa, ironica, dà un significato profondo alla famiglia e all’amicizia, investe molto di sé nel lavoro perché ama far bene ciò che fa, sempre e comunque.

Di lei fanno parte anche alcuni miei difetti (su cui preferirei sorvolare!), e allo stesso tempo c’è tanto di me in Amanda, in Alison e persino nella nonna Candace. Maya Romin è una donna disillusa e sotto certi aspetti anche Emma lo è: entrambe vivono come se temessero che il destino proponesse loro “lo stesso copione di sempre” e hanno paura di non avere il coraggio di dare una svolta importante alla loro vita. È sicuramente una paura che ho vissuto, tempo fa, in un periodo caratterizzato da grandi incertezze, e questo ha inevitabilmente influito sul carattere delle mie protagoniste. Una cosa è certa: non credo che un autore non metta mai anche solo una parte di sé in un libro. Scrivere ha un che di catartico, è liberatorio e inevitabilmente il nostro io si insinua, volente o nolente, tra le pagine. Sicuramente ciò che traspare non è mai lo stesso, perché l’autore si evolve e cambiano gli stati d’animo, le certezze e le incertezze. E, con loro, cambiamo noi e i nostri personaggi.

5) Per i tuoi primi lavori hai scelto la strada del self-publishing: e i numeri delle vendite ti stanno dando ragione. Ma è stata proprio una scelta, oppure si è trattato di un ripiego?

È stata una scelta molto ponderata. “Nelle acque del passato” è stato scritto di getto tra maggio e settembre 2011, “London Lies”, invece, in un lasso temporale discontinuo, tra il 2011 e il 2014. La decisione di auto-pubblicarmi l’ho presa solo a maggio 2017: in questo lungo periodo di tempo ho inviato il manoscritto del primo romanzo ad alcune case editrici (ovviamente senza mai ricevere una risposta, nemmeno una breve mail di edulcorato rifiuto) e, soprattutto, mi sono iscritta al gruppo LinkedIn “Editoria Italiana” attraverso il quale ho cercato di capire meglio quale strada intraprendere.

Si potrebbe dire che alla fine abbia scelto l’auto-pubblicazione perché il libro non è stato mai accettato dagli editori, tuttavia non è così. Prima di tutto, ho limitato l’invio a solo 4 case editrici, le più grandi e in grado di offrire un sistema di distribuzione tale da non obbligarmi ad auto promuovermi. Le medie-piccole case editrici non sono oggettivamente in grado di pubblicizzare un autore in modo diverso da come potrebbe fare lui stesso sui social network. L’unico vantaggio sarebbe stato quello di avere un editing professionale, e comunque solo se mi fossi rivolta ad una che non si fosse limitata a stampare i manoscritti poiché spesso i refusi non si contano.

Una volta compreso che le grandi case editrici non avrebbero preso in considerazione una sconosciuta, dovevo fare in modo di non esserlo più e di dimostrare, con un romanzo di qualità, che esistevo anch’io. L’auto-pubblicazione è quindi diventata una scelta per entrare comunque nel mondo editoriale. Una scelta che, inaspettatamente, si è rivelata talmente affascinante, che ho voluto ripeterla. Ora, ammetto, il mio obiettivo non è più quello di “farmi notare” da una casa editrice, quanto quello di scrivere romanzi che i lettori amano leggere.

La recensione di una lettrice che mi ringrazia per averla fatta ridere o per averle fatto trascorrere delle ore piacevoli, è la mia più grande gratificazione. Non sono e non sarò mai una donna marketing: non passo il tempo sui social e ammetto di non essere brava nell’auto promuovermi. Il passaparola è l’unica mia carta, che gioco con orgoglio e spensieratezza. In ogni modo, l’esperienza del self-publishing è un arricchimento personale senza paragoni: ti permette di imparare, ingoiare rospi, ti obbliga all’umiltà e all’accettare giudizi di altri su qualcosa di intimamente tuo, ti obbliga a diventare creativa, a pensare a come pubblicizzare il tuo libro e a come farti conoscere… Non sei più un tassello di un ingranaggio, sei l’intero ingranaggio editoriale: sei l’autore, l’editore, l’ufficio stampa e, come nel caso di ‘London Lies’, persino il traduttore in inglese.

6) Un autore è anche un lettore. Che lettrice è Silvia Molinari? Cosa preferisci leggere e soprattutto quando trovi il tempo di farlo, visto che oltre ad essere una moglie, una mamma, una lavoratrice, sei anche una scrittrice?!

Sono una lettrice compulsiva. Per esigenze lavorative, vado in ufficio con mezzi pubblici (treno e metro) e ho sempre con me il mio fidato Kindle o un libro, spesso in lingua inglese. Non smetto di leggere nemmeno quando cammino: ho sviluppato un’abilità nell’evitare lampioni, cestini dei rifiuti e cacche di cane tanto che potrei quasi pensare di aver un sonar incorporato in testa. Sì, se un libro mi piace, fatico a smettere di leggere, e continuo alla sera, prima di dormire, quando tutti sono a letto e io posso dedicarmi al libro di turno con tutta calma. Leggo un po’ di tutto: thriller, gialli, romanzi rosa, classici, fantascienza, libri storici, biografie, qualche saggio… sicuramente i thriller e i romanzi rosa sono al primo posto, ma alterno tanti romanzi della letteratura britannica e americana (London, Wharton, Gaskell). Sono anche beta-reader di un’autrice indipendente inglese, Celina Grace, autrice di romanzi polizieschi e di mystery novels ambientati nei primi decenni del ventesimo secolo. È davvero brava e avere l’opportunità di contribuire alla qualità di un romanzo di una “collega” mi rende molto orgogliosa.

7) Adesso stai lavorando ad un nuovo romanzo oppure sei in fase “meditativa”? 

Direi entrambe! Sto meditando la nascita di un nuovo romanzo, che in realtà è già tutto “scritto” nella mia testa, ma che – per un’oggettiva assenza di tempo libero – non riesco a scrivere. Ho iniziato il “sequel” di ‘London Lies’ (a grande richiesta di alcune care lettrici e lettori!) e ammetto che, ora, il mio più grande desiderio sia di isolarmi sul cucuzzolo di una montagna per poter dargli vita. Scrivere è un’attività solitaria, che richiede metodo e tenacia. Io non sono quasi mai sola, non sono mai riuscita a scrivere quando avevo tempo ma unicamente quando ero ispirata e, malgrado sia tenace, devo fare i conti con le priorità della mia vita di madre lavoratrice.

8) Come vedi il tuo futuro artistico?

Che dire, lo vedo davvero duro…! Temo di non riuscire a creare nulla per mancanza di tempo e questa cosa, a volte, mi spaventa molto. Cerco di non pensarci e di scrivere anche poco, ma appena ne ho la possibilità: mi segno dialoghi che ho immaginato mentre mi dirigevo in stazione, oppure situazioni umoristiche a cui ho assistito… tutto ciò che ci circonda è uno spunto per una storia, quindi attendo gli eventi e intanto mi annoto le idee sulla mia Moleskine rosa!

9) C’è una domanda che non ti è stata posta in questa intervista a cui avresti voluto rispondere? Ebbene: fatti la domanda e scrivi la risposta!

Sì, c’è una domanda ed è questa: come ci si sente dall’altra parte della barricata, ovvero passare dall’essere una lettrice ad essere una scrittrice? Credo che il salto non sia facile. Io ho deciso di “metterci la faccia”: ho scelto di pubblicarmi con il mio nome, senza pseudonimi o nomi fittizi stranieri per rendere i miei libri più intriganti. È una decisione che definirei, se vuoi, “coraggiosa”. Ciò che scrivo viene identificato inevitabilmente con me, chi mi recensisce vede esattamente la mia faccia e il mio nome. In un mondo in cui le piattaforme social spingono molti ad assumere identità fittizie, a nascondersi dietro a foto false, in cui ci si imbatte in autori non reali (eclatante il caso di Nicolas Barreau, un autore immaginario creato da una casa editrice tedesca), non è facile essere “reali e normali”. Ma è ciò che sono, e sono disposta ad accettare le critiche dei lettori, purché siano espresse con sincerità, educazione e realismo.

10) Ringraziamo Silvia per l’intervista concessaci. Vuoi rivolgere un pensiero conclusivo ai tuoi lettori?

Sì, continuate a leggere! Troppa gente soffre di Sindrome da Cellulare Acceso (SCA) e non legge mai. Il mio consiglio è di leggere in ogni momento possibile, perché i libri sono sempre una fonte di arricchimento personale. Quindi, mettete da parte il cellulare, smettete di leggere i post demenziali che trovate sui social, terminate la partita che state giocando e leggete un buon libro!



giovedì 3 maggio 2018

I vasi comunicanti





Sono passati due mesi dalle votazioni politiche e le possibilità che l'Italia abbia a breve un nuovo Governo sono ancora molto lontane.

In queste settimane abbiamo assistito ad un prevedibile balletto di incontri tra pseudo leader dei rispettivi partiti e coalizioni, tutti segnati da veti incrociati che non hanno permesso di arrivare ad una sintesi operativa: in altre parole non vi sono all'orizzonte accordi che lascino intravedere una soluzione allo stallo in atto.

Prevedibile perché l'esito delle votazioni era stato ampiamente anticipato da tutti i sondaggisti e i commentatori politici e si è effettivamente realizzato, senza considerare che nell'Italia di oggi, tripolare, una legge elettorale come quella licenziata dal precedente Parlamento non poteva assicurare una maggioranza tale da consentire la nascita di un Governo.

E infatti, nessuna forza politica, presentatasi in coalizione o singolarmente, ha potuto dichiararsi pienamente vincitrice della tornata elettorale, tanto che, alle Camere, nessuno ha una maggioranza consolidata per formare un nuovo Governo.

Ma anche questa inefficienza congenita della legge elettorale era ben nota a tutti i partiti prima del 4 marzo.

Preso atto di ciò, e tenuto conto delle distanze abissali presenti tra le diverse forze politiche, non si capisce come si possa ancora credere nella nascita di un Governo politico, destinato a durare un'intera Legislatura.

L’Italia, in questo, non è come la Germania. In quel Paese, i due principali partiti, i Cristiano Democratici (divisi tra CDU con 200 deputati eletti e CSU con 46 eletti) e i Socialdemocratici (con 153 deputati), con visioni del futuro per certi versi diametralmente opposte, sono riusciti dopo sei mesi di estenuanti trattative a trovare una sintesi in nome del Bene Comune e a formare un nuovo Governo con una maggioranza stabile in Parlamento.

Giusto? Sbagliato?

Ognuno può avere la propria opinione. La mia è che un Governo che nasce in questo modo merita il massimo rispetto per i leader e la classe dirigente di quei partiti che hanno rinunciato ad un pezzo del proprio programma elettorale, anche a costo di scontentare una parte dell'elettorato, per dar vita ad un programma più ampio, con lo scopo finale di far crescere comunque il proprio Paese.

Sarebbe possibile fare la stessa cosa in Italia? Certo che sarebbe possibile, se ci fossero anche nel nostro Paese le condizioni minime per attuarlo: dei veri leader politici e una vera classe dirigente… ma purtroppo entrambe le categorie non frequentano più il nostro Paese da lungo tempo… E quando si intravede una personalità che potrebbe spiccare al di sopra della mediocrità che abita la nostra politica, ecco che per il principio dei vasi comunicanti, tutti gli altri pseudo protagonisti la combattono e cercano di riportarla giù, verso il basso, verso quella “media” quella “via di mezzo” che colora di grigio le loro giornate, corrose dall'invidia e dalla ricerca continua di qualche rendita per sé e per il proprio gruppuscolo di fedelissimi.

Sarebbe questa la classe politica che dovrebbe trovare la quadra e dare un nuovo Governo al Paese?

È impensabile che in poche settimane, in Italia, si possano creare convergenze su programmi partendo da visioni sul futuro diametralmente opposte, senza considerare le acredini personali sviluppatesi negli ultimi anni tra i diversi Capi popolo.

La soluzione allora è quella di riunire attorno ad un esecutivo di scopo i principali partiti, formare un governo destinato a modificare la legge elettorale nel senso che fornisca una maggioranza certa già la sera delle elezioni, e quindi tornare immediatamente al voto. Inutile perdere altro tempo.

Poi, però, per i problemi del nostro Paese non diamo la colpa alla Germania…

domenica 18 marzo 2018

Nelle acque del Passato



Molti critici ritengono quella del romanzo storico la prova più impegnativa per uno scrittore. Immaginare una storia, ambientarla in un’epoca passata e condurre il lettore pagina dopo pagina dentro un tempo che non è il suo, del quale ha forse vaghi ricordi scolastici, e nello stesso tempo rendere la trama e l’ambientazione a lui familiare, è forse il compito più arduo che uno scrittore si può dare.

Ebbene, possiamo dire che Silvia Molinari, con il suo romanzo “Nelle acque del Passato” ha superato egregiamente la prova.

Appena pubblicato con Amazon Media Eu, Nelle acque del Passato è in realtà la prima opera scritta dall’autrice, ma pubblicata dopo London Lies, (recensione Aldebaran) il romanzo di cui abbiamo già parlato in precedenza che nulla ha in comune con questo, a parte Londra, città evidentemente amata dalla scrittrice.

La differenza di genere tra le due opere (London Lies è una divertentissima commedia ambientata nei nostri giorni) dimostra innanzi tutto quanto l’autrice sia capace di utilizzare la scrittura creativa a 360 gradi, riuscendo a comporre in entrambi i casi romanzi di valore.

Nelle acque del Passato racconta la storia di una giovane donna, Maya Romin che, misteriosamente, nel 2011 viene catapultata nell’anno 1827 e si ritrova a vivere la vita di una sua antenata, Sophie Lesange.
La trama si sviluppa quindi su entrambe le sponde temporali, quella contemporanea e quella dell’Inghilterra di Giorgio IV, uscita vincitrice sulla Francia di Napoleone Bonaparte.

Se, dalla sponda contemporanea, i familiari di Maya la cercano disperatamente, nel periodo storico passato, la giovane, nelle vesti di Sophie, viene a contatto con la società inglese dell’inizio del XIX secolo e ne rimane comprensibilmente sconvolta, soprattutto riguardo al ruolo sociale che veniva assegnato alle donne dell’epoca.

Maya – Sophie inizia quindi un lungo viaggio alla scoperta della società britannica che poco per volta diventa anche un cammino di riscatto del suo essere donna, tanto che al termine si farà apprezzare più per quello che è, che per il ruolo che le spetta di diritto in società.

Il romanzo viaggia spedito su questo doppio binario sino a quando Maya – Sophie avrà la possibilità di compiere la sua scelta definitiva, quella di rimanere Sophie o di tornare ad essere solo Maya, ma di questa scelta, che riguarderà più il cuore che la razionalità della protagonista, non diremo nulla.

Nelle acque del Passato è in definitiva un bel libro, in parte romanzo storico, e in parte romanzo di formazione perché credo che possa interessare molto soprattutto alle giovani lettrici che avranno modo di conoscere come viveva una loro coetanea inglese nel XIX secolo.

Il romanzo è acquistabile nelle due versioni, ebook e cartacea, su Amazon e nei principali internet store. Da leggere assolutamente!

Silvia Molinari, Nelle acque del Passato, Amazon Media EU, 2018

domenica 4 febbraio 2018

Perché votare? Per chi votare?



“Questo è il volto autentico della politica e la sua ragion d’essere: un servizio inestimabile al bene all’intera collettività. E questo è il motivo per cui la dottrina sociale della Chiesa la considera una nobile forma di carità. Invito perciò giovani e meno giovani a prepararsi adeguatamente e impegnarsi personalmente in questo campo, assumendo fin dall’inizio la prospettiva del bene comune e respingendo ogni anche minima forma di corruzione. La corruzione è il tarlo della vocazione politica. La corruzione non lascia crescere la civiltà. E il buon politico ha anche la propria croce quando vuole essere buono perché deve lasciare tante volte le sue idee personali per prendere le iniziative degli altri e armonizzarle, accomunarle, perché sia proprio il bene comune ad essere portato avanti. In questo senso il buon politico finisce sempre per essere un “martire” al servizio, perché lascia le proprie idee ma non le abbandona, le mette in discussione con tutti per andare verso il bene comune, e questo è molto bello”. (discorso di Papa Francesco a Cesena)

Tante persone, tanti amici mi chiedono in questi giorni per chi voterò alle prossime elezioni politiche.
Nei loro occhi vedo un sincero smarrimento, come nei miei del resto è presente forse per la prima volta un senso di timore di non sapere alla fine scegliere per il meglio a quale forza politica offrire ancora una volta la possibilità di rappresentarmi senza riceverne in cambio solo e soltanto delusione.

Lo scenario che ci circonda è certamente di basso, bassissimo livello. Ormai da decenni sembra che alla politica si dedichino soltanto persone che non riescono a realizzarsi in un campo professionale e che quindi scelgono la politica come professione, senza essere mossi da particolari ideali.
Viceversa, chi possiede forti passioni e sensibilità d’animo, non si sente attratto da un mondo finito in mano a dei ragionieri della politica che non hanno in mente di lavorare per il bene comune, ma solo per quello del proprio partito o, peggio, della propria corrente. Non parliamo poi della classe dirigente, dei leader di questi professionisti della politica: il livello, la statura morale e civile è ben lontana da quella generazione di padri fondatori della nostra Repubblica.

Ma se questo è lo scenario, perché il 4 marzo dovremmo andare a votare per eleggere i nostri nuovi rappresentanti? Ebbene, dobbiamo ripartire a mio giudizio proprio dalle parole di Papa Francesco che a Cesena il 1° ottobre 2017, nella Piazza del Popolo, davanti a migliaia di persone, ha spiegato le ragioni di cosa significhi impegnarsi in politica e rivolgendosi in particolare ai giovani, li ha invitati a dedicarsi alla politica perché, aggiungiamo noi, senza il loro impegno di oggi, non ci sarà futuro, non ci sarà più l’Italia così come fino ad ora l’abbiamo conosciuta.

Quindi, per prima cosa direi che andare a votare il 4 marzo non è solo un dovere civico (purtroppo, da quando è stato eliminato dalle scuole l’insegnamento dell’educazione civica, il dovere è sempre meno sentito), ma un dovere morale: quello di contribuire con il proprio voto al corretto funzionamento della vita democratica del nostro Paese. E non abbiamo parlato del diritto al voto che come cittadini abbiamo, solo perché ormai lo diamo per scontato, il diritto. Ma fino a 70 anni fa non era così…

Mi permetto di ricordare a proposito una mia esperienza personale. Da molti anni, per senso civico, svolgo la funzione di Presidente di seggio alle diverse tornate elettorali che periodicamente scandiscono la vita civile. Mi stupisce sempre, ogni volta che sono al seggio, vedere la fedeltà al voto che hanno le persone anziane. Persone di 70, 80 e anche 90 anni che, da sole o accompagnate da figli o nipoti, vengono al seggio a votare. Con pioggia, vento, caldo, freddo, gli anziani sono i primi a votare, a qualsiasi elezione, amministrativa, politica, referendum. Una volta una donna, sui novant’anni, mi ha detto: “Giovanotto, io mi ricordo quando ero giovane che non potevo votare e mi arrabbiavo, e da quando hanno dato il voto alle donne, non ne ho perso uno!”.

Ecco, credo che ogni volta che siamo chiamati alle urne, dobbiamo tenere a mente le parole di questa donna.

Per concludere, un’ultima considerazione: il fatto che in Italia, a differenza che in altri Paesi come per esempio Stati Uniti o Inghilterra, si voti di domenica e non in un giorno feriale, ha un significato da non trascurare. L’espressione del diritto di voto, per come lo intende la nostra cultura politica, deve essere il più possibile popolare e coinvolgere il maggior numero di persone. E quale giorno, se non la domenica, permette ad un maggior numero di persone di andare a votare? Non sprechiamo la possibilità che ci è data, come cittadini, di esprimere il nostro punto di vista.

Ma a questo punto, per chi votare?

Un aiuto nella scelta dei criteri da seguire ci viene dal discorso del Presidente della Repubblica di fine anno. Il Presidente Mattarella, aprendo di fatto con il suo discorso la campagna elettorale ha ricordato ai politici una cosa veramente importante: “Il dovere di proposte adeguate - proposte realistiche e concrete - è fortemente richiesto dalla dimensione dei problemi del nostro Paese”.

La realtà di queste prime settimane di campagna elettorale è invece costellata da proposte politiche da parte di quasi tutti gli schieramenti che oltre ad apparire fantasiose e irrealizzabili provocano illusioni tra i cittadini. Peccato che il 5 marzo il risveglio sarà traumatico se concedessimo fiducia a questi affabulatori di serpenti a sonagli.

Da dove partire quindi?

Personalmente parto dai problemi del Paese. E i problemi maggiori, alcuni enormi come grattacieli, che dovremo affrontare nei prossimi anni, si chiamano debito pubblico, lavoro e crescita economica, immigrazione e sicurezza, calo delle nascite e invecchiamento della popolazione, fonti energetiche e salvaguardia del clima. Metteteli in ordine come volete, a seconda della vostra sensibilità, ma questi sono.

Allora mi domando: cosa ci propongono le forze politiche in campo per affrontare e possibilmente dare delle risposte a queste tematiche? E le risposte devono essere credibili e realizzabili, non propagandistiche ed elettorali. E i candidati in lista devono avere un curriculum di tutto rispetto, perché i compiti che li attendono non sono semplici. Non basta essere votato dagli amici di Facebook per essere in grado, da parlamentare, di contribuire a risolvere problemi come quelli sopra citati, almeno credo.

Oggi i sondaggi ci spiegano che il Paese è spaccato in tre grandi poli: centro destra, centro sinistra e “grillini”. Ma al di là della spaccatura, dopo il voto del 4 marzo, tornerà a farsi sentire il bisogno, la necessità di dare un governo al nostro Paese. E qui tornano in mente le parole, il richiamo al bene comune di Papa Francesco.

E allora, per concludere questo lungo post, credo che, utilizzando il buon senso del padre di famiglia, il nostro voto debba andare a quelle forze, a quelle persone che ci diano la maggior sicurezza che dal 5 marzo si impegnino per cercare di dare continuità di Governo e di crescita all’Italia e che non si mettano su posizioni nette di rottura: o convergi sulle mie posizioni o si ritorna al voto. Così non si fa il bene dell’Italia. In questi anni, nonostante le circostanze interne e internazionali siano state molto difficili, l’Italia economicamente è cresciuta, la tassazione delle imprese, di poco, ma è diminuita, i posti di lavoro sono aumentati, il debito pubblico, di poco, ma è diminuito. 
Si poteva fare di più? Senz’altro, ma non per questo si deve buttare a mare quello che si è ottenuto sino ad ora. Si possono migliorare le cose fatte? Si debbono migliorare, ma senza cambiare la rotta, che è quella giusta, riconosciuta anche a livello internazionale. E in Europa, potremo essere sempre più ascoltati se proseguiremo sulla strada intrapresa.

Quindi a mio giudizio, con il voto del 4 marzo dovremo scegliere quei candidati e quelle forze politiche che ci possano garantire il proseguimento della rotta seguita sino a qui, e non dare ascolto alle false sirene degli estremismi e dei grilli parlanti.


sabato 9 dicembre 2017

Un bimbo di nome Gesù

Natività di Gentile da Fabriano - 1423

È sicuramente un caso che la decisione di questi giorni del Presidente Trump di spostare l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme abbia di fatto riacceso l’attenzione dei media internazionali su Gerusalemme e sulla Palestina, terra dove 2017 anni fa è nato un bimbo di nome Gesù del quale a breve ci apprestiamo a celebrare la memoria della sua nascita.

Quel bimbo, divenuto grande grazie alle attenzioni, alle cure e all’educazione ricevuta dai suoi genitori, ad un certo punto della sua esistenza ha iniziato a parlare in pubblico e a rivelare la propria missione, ciò che era venuto a fare sulla terra.

Gesù è stato l’unico uomo, di cui esistono documenti ufficiali e riscontri storici inconfutabili, che si è dichiarato figlio di Dio.

Di fronte a questa affermazione, inaspettata, imprevedibile, potente, sconvolgente, la nostra libertà, ora come allora, è chiamata a confrontarsi.

Credere o non credere alle parole, ai gesti compiuti da quell’uomo e giunti sino ai nostri giorni dai testimoni della Fede? Questa è la domanda radicale dell’esistenza umana.

Il vero mistero della vita non è domandarsi se un Dio esista, ma stupirsi dell’esistenza di un uomo con una libertà simile a quella di Dio. Nessuno infatti rispetta la nostra libertà come lo fa Dio.

L’uomo ha sempre desiderato la libertà più di ogni altra cosa al mondo, ma questo desiderio è anche di Dio e di suo figlio Gesù. È dai tempi di Adamo ed Eva che l’uomo anela alla libertà, la vuole raggiungere con le sue forze, senza dipendere da nessuno. Mentre Dio si è abbassato e si è fatto nostro compagno di viaggio, l’uomo invece si è innalzato al livello di Dio e lo ha rifiutato.

Ma come diceva Sant’Agostino: “Di quanti padroni diviene schiavo, chi non riconosce Gesù come unico Signore!”.

Senza il rapporto con Dio, e con suo figlio Gesù, l’uomo perde l’unico punto di riferimento che lo rende capace di dare significato ad ogni sua azione e l’esito di questa separazione purtroppo è sempre più sotto gli occhi di ognuno di noi.

Approfittiamo di questo Natale per rivolgere uno sguardo, un pensiero a quel Bambino, nato a Betlemme di Giudea, a pochi chilometri da Gerusalemme, la città dove quel bambino, divenuto Uomo, è morto a causa del nostro orgoglio e della nostra libertà.