Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

domenica 4 febbraio 2018

Perché votare? Per chi votare?



“Questo è il volto autentico della politica e la sua ragion d’essere: un servizio inestimabile al bene all’intera collettività. E questo è il motivo per cui la dottrina sociale della Chiesa la considera una nobile forma di carità. Invito perciò giovani e meno giovani a prepararsi adeguatamente e impegnarsi personalmente in questo campo, assumendo fin dall’inizio la prospettiva del bene comune e respingendo ogni anche minima forma di corruzione. La corruzione è il tarlo della vocazione politica. La corruzione non lascia crescere la civiltà. E il buon politico ha anche la propria croce quando vuole essere buono perché deve lasciare tante volte le sue idee personali per prendere le iniziative degli altri e armonizzarle, accomunarle, perché sia proprio il bene comune ad essere portato avanti. In questo senso il buon politico finisce sempre per essere un “martire” al servizio, perché lascia le proprie idee ma non le abbandona, le mette in discussione con tutti per andare verso il bene comune, e questo è molto bello”. (discorso di Papa Francesco a Cesena)

Tante persone, tanti amici mi chiedono in questi giorni per chi voterò alle prossime elezioni politiche.
Nei loro occhi vedo un sincero smarrimento, come nei miei del resto è presente forse per la prima volta un senso di timore di non sapere alla fine scegliere per il meglio a quale forza politica offrire ancora una volta la possibilità di rappresentarmi senza riceverne in cambio solo e soltanto delusione.

Lo scenario che ci circonda è certamente di basso, bassissimo livello. Ormai da decenni sembra che alla politica si dedichino soltanto persone che non riescono a realizzarsi in un campo professionale e che quindi scelgono la politica come professione, senza essere mossi da particolari ideali.
Viceversa, chi possiede forti passioni e sensibilità d’animo, non si sente attratto da un mondo finito in mano a dei ragionieri della politica che non hanno in mente di lavorare per il bene comune, ma solo per quello del proprio partito o, peggio, della propria corrente. Non parliamo poi della classe dirigente, dei leader di questi professionisti della politica: il livello, la statura morale e civile è ben lontana da quella generazione di padri fondatori della nostra Repubblica.

Ma se questo è lo scenario, perché il 4 marzo dovremmo andare a votare per eleggere i nostri nuovi rappresentanti? Ebbene, dobbiamo ripartire a mio giudizio proprio dalle parole di Papa Francesco che a Cesena il 1° ottobre 2017, nella Piazza del Popolo, davanti a migliaia di persone, ha spiegato le ragioni di cosa significhi impegnarsi in politica e rivolgendosi in particolare ai giovani, li ha invitati a dedicarsi alla politica perché, aggiungiamo noi, senza il loro impegno di oggi, non ci sarà futuro, non ci sarà più l’Italia così come fino ad ora l’abbiamo conosciuta.

Quindi, per prima cosa direi che andare a votare il 4 marzo non è solo un dovere civico (purtroppo, da quando è stato eliminato dalle scuole l’insegnamento dell’educazione civica, il dovere è sempre meno sentito), ma un dovere morale: quello di contribuire con il proprio voto al corretto funzionamento della vita democratica del nostro Paese. E non abbiamo parlato del diritto al voto che come cittadini abbiamo, solo perché ormai lo diamo per scontato, il diritto. Ma fino a 70 anni fa non era così…

Mi permetto di ricordare a proposito una mia esperienza personale. Da molti anni, per senso civico, svolgo la funzione di Presidente di seggio alle diverse tornate elettorali che periodicamente scandiscono la vita civile. Mi stupisce sempre, ogni volta che sono al seggio, vedere la fedeltà al voto che hanno le persone anziane. Persone di 70, 80 e anche 90 anni che, da sole o accompagnate da figli o nipoti, vengono al seggio a votare. Con pioggia, vento, caldo, freddo, gli anziani sono i primi a votare, a qualsiasi elezione, amministrativa, politica, referendum. Una volta una donna, sui novant’anni, mi ha detto: “Giovanotto, io mi ricordo quando ero giovane che non potevo votare e mi arrabbiavo, e da quando hanno dato il voto alle donne, non ne ho perso uno!”.

Ecco, credo che ogni volta che siamo chiamati alle urne, dobbiamo tenere a mente le parole di questa donna.

Per concludere, un’ultima considerazione: il fatto che in Italia, a differenza che in altri Paesi come per esempio Stati Uniti o Inghilterra, si voti di domenica e non in un giorno feriale, ha un significato da non trascurare. L’espressione del diritto di voto, per come lo intende la nostra cultura politica, deve essere il più possibile popolare e coinvolgere il maggior numero di persone. E quale giorno, se non la domenica, permette ad un maggior numero di persone di andare a votare? Non sprechiamo la possibilità che ci è data, come cittadini, di esprimere il nostro punto di vista.

Ma a questo punto, per chi votare?

Un aiuto nella scelta dei criteri da seguire ci viene dal discorso del Presidente della Repubblica di fine anno. Il Presidente Mattarella, aprendo di fatto con il suo discorso la campagna elettorale ha ricordato ai politici una cosa veramente importante: “Il dovere di proposte adeguate - proposte realistiche e concrete - è fortemente richiesto dalla dimensione dei problemi del nostro Paese”.

La realtà di queste prime settimane di campagna elettorale è invece costellata da proposte politiche da parte di quasi tutti gli schieramenti che oltre ad apparire fantasiose e irrealizzabili provocano illusioni tra i cittadini. Peccato che il 5 marzo il risveglio sarà traumatico se concedessimo fiducia a questi affabulatori di serpenti a sonagli.

Da dove partire quindi?

Personalmente parto dai problemi del Paese. E i problemi maggiori, alcuni enormi come grattacieli, che dovremo affrontare nei prossimi anni, si chiamano debito pubblico, lavoro e crescita economica, immigrazione e sicurezza, calo delle nascite e invecchiamento della popolazione, fonti energetiche e salvaguardia del clima. Metteteli in ordine come volete, a seconda della vostra sensibilità, ma questi sono.

Allora mi domando: cosa ci propongono le forze politiche in campo per affrontare e possibilmente dare delle risposte a queste tematiche? E le risposte devono essere credibili e realizzabili, non propagandistiche ed elettorali. E i candidati in lista devono avere un curriculum di tutto rispetto, perché i compiti che li attendono non sono semplici. Non basta essere votato dagli amici di Facebook per essere in grado, da parlamentare, di contribuire a risolvere problemi come quelli sopra citati, almeno credo.

Oggi i sondaggi ci spiegano che il Paese è spaccato in tre grandi poli: centro destra, centro sinistra e “grillini”. Ma al di là della spaccatura, dopo il voto del 4 marzo, tornerà a farsi sentire il bisogno, la necessità di dare un governo al nostro Paese. E qui tornano in mente le parole, il richiamo al bene comune di Papa Francesco.

E allora, per concludere questo lungo post, credo che, utilizzando il buon senso del padre di famiglia, il nostro voto debba andare a quelle forze, a quelle persone che ci diano la maggior sicurezza che dal 5 marzo si impegnino per cercare di dare continuità di Governo e di crescita all’Italia e che non si mettano su posizioni nette di rottura: o convergi sulle mie posizioni o si ritorna al voto. Così non si fa il bene dell’Italia. In questi anni, nonostante le circostanze interne e internazionali siano state molto difficili, l’Italia economicamente è cresciuta, la tassazione delle imprese, di poco, ma è diminuita, i posti di lavoro sono aumentati, il debito pubblico, di poco, ma è diminuito. 
Si poteva fare di più? Senz’altro, ma non per questo si deve buttare a mare quello che si è ottenuto sino ad ora. Si possono migliorare le cose fatte? Si debbono migliorare, ma senza cambiare la rotta, che è quella giusta, riconosciuta anche a livello internazionale. E in Europa, potremo essere sempre più ascoltati se proseguiremo sulla strada intrapresa.

Quindi a mio giudizio, con il voto del 4 marzo dovremo scegliere quei candidati e quelle forze politiche che ci possano garantire il proseguimento della rotta seguita sino a qui, e non dare ascolto alle false sirene degli estremismi e dei grilli parlanti.


sabato 9 dicembre 2017

Un bimbo di nome Gesù

Natività di Gentile da Fabriano - 1423

È sicuramente un caso che la decisione di questi giorni del Presidente Trump di spostare l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme abbia di fatto riacceso l’attenzione dei media internazionali su Gerusalemme e sulla Palestina, terra dove 2017 anni fa è nato un bimbo di nome Gesù del quale a breve ci apprestiamo a celebrare la memoria della sua nascita.

Quel bimbo, divenuto grande grazie alle attenzioni, alle cure e all’educazione ricevuta dai suoi genitori, ad un certo punto della sua esistenza ha iniziato a parlare in pubblico e a rivelare la propria missione, ciò che era venuto a fare sulla terra.

Gesù è stato l’unico uomo, di cui esistono documenti ufficiali e riscontri storici inconfutabili, che si è dichiarato figlio di Dio.

Di fronte a questa affermazione, inaspettata, imprevedibile, potente, sconvolgente, la nostra libertà, ora come allora, è chiamata a confrontarsi.

Credere o non credere alle parole, ai gesti compiuti da quell’uomo e giunti sino ai nostri giorni dai testimoni della Fede? Questa è la domanda radicale dell’esistenza umana.

Il vero mistero della vita non è domandarsi se un Dio esista, ma stupirsi dell’esistenza di un uomo con una libertà simile a quella di Dio. Nessuno infatti rispetta la nostra libertà come lo fa Dio.

L’uomo ha sempre desiderato la libertà più di ogni altra cosa al mondo, ma questo desiderio è anche di Dio e di suo figlio Gesù. È dai tempi di Adamo ed Eva che l’uomo anela alla libertà, la vuole raggiungere con le sue forze, senza dipendere da nessuno. Mentre Dio si è abbassato e si è fatto nostro compagno di viaggio, l’uomo invece si è innalzato al livello di Dio e lo ha rifiutato.

Ma come diceva Sant’Agostino: “Di quanti padroni diviene schiavo, chi non riconosce Gesù come unico Signore!”.

Senza il rapporto con Dio, e con suo figlio Gesù, l’uomo perde l’unico punto di riferimento che lo rende capace di dare significato ad ogni sua azione e l’esito di questa separazione purtroppo è sempre più sotto gli occhi di ognuno di noi.

Approfittiamo di questo Natale per rivolgere uno sguardo, un pensiero a quel Bambino, nato a Betlemme di Giudea, a pochi chilometri da Gerusalemme, la città dove quel bambino, divenuto Uomo, è morto a causa del nostro orgoglio e della nostra libertà.

lunedì 27 novembre 2017

Umberto è andato in America



L’ultima opera di Giuseppe Carfagno si intitola Umberto è andato in America, con sottotitolo: Diario per un amico.

Confessiamo subito che il libro l’abbiamo letto d’un fiato, e subito ci è piaciuto: per la passione con cui è stato scritto, per l’amore che sgorga dalle pagine ricche di ricordi e di episodi curiosi, riferiti ad un mondo che è stato dei più, ma è ancora nella memoria di pochi, e che il professore di Barile ci ripropone con la consueta maestria, narrandoci le avventure di un ragazzino di dieci anni e dei suoi amici.

Il romanzo è scritto per coloro che vogliono ripercorrere la propria gioventù attraverso il ricordo di episodi semplici, quotidiani, vissuti da un gruppo di fanciulli in una Basilicata post bellica, in cui è presente l’essenziale e ancora assente il superfluo, presa come regione simbolo di un’Italia già in cammino e desiderosa di ritrovare i motivi per sperare in una ripresa.

Ma Umberto è andato in America è anche l’occasione per i più piccoli di conoscere le origini della propria famiglia, di scoprire cosa facevano e come si divertivano i propri nonni all’inizio degli anni Cinquanta.

E così ecco il gruppetto di amici andare alla ricerca dell’aereo caduto, partire per una giornata di pesca al lago, un’avventura nel bosco o perdersi nella grotta del brigante…

Ma il titolo del romanzo, a cosa si deve? Chi è Umberto? E perché è andato in America?

Umberto è l’amico del cuore di Giuseppe, l’altro ragazzino protagonista del romanzo, che fa da narratore e da fil rouge per l’intera opera. Perché Umberto sia andato in America, sempre che vi sia andato, noi ora, qui non ve lo diciamo!

Una cosa però ci sentiamo di dirvi: leggete il libro in compagnia del vostro nipotino e insieme vivrete un’emozione indimenticabile.

Arricchiscono l'opera le piacevoli illustrazioni di Alessia Coppola.


Giuseppe Carfagno, Umberto è andato in America, il Ciliegio Edizioni, 2017
 

martedì 31 ottobre 2017

Furlana - Storia di questa notte



Furlana, storia di questa notte, è il titolo del nuovo romanzo di Francesco Fadigati. Alla sua terza impresa letteraria, dopo il primo romanzo di genere storico e il secondo completamente immerso nella contemporaneità, questo terzo lavoro di Fadigati stupisce il lettore per l’impostazione duale data all’opera. Diciamo subito che il libro ci è piaciuto, anche se all’inizio ci ha disorientato, diviso com’è tra una parte fiabesca e una parte romanzo epistolare, dove le epistole sono sostituite da mail che i due protagonisti, Andrea e Miriam, si scrivono nell’arco di una notte. 

A Furlana, nome di fantasia che identifica la terra promessa all’umanità, troviamo un quartetto improvvisato di amici, un cavaliere, un pirata, un pastore ed un ragazzino che, guidati e sostenuti da una curiosa vecchina, un po’ Mary Poppins, un po’ Fata Turchina, vanno incontro al loro destino, che è quello di liberare la terra promessa dal Male.

Alternato ai capitoli della fiaba, ha luogo lo scambio di mail tra Andrea e Miriam, e poco a poco al lettore viene svelata la loro storia d’amore. Ma quelle che in apparenza sembrano due storie parallele, sono in realtà unite dallo studio profondo che Fadigati compie, attraverso la scrittura precisa e il puntuale uso delle parole, nell’analizzare sia il legame affettivo che unisce i due giovani, sia le dinamiche profonde che muovono i personaggi della favola. E alla fine il lettore si accorgerà che quello che c’è alla base del rapporto affettivo tra Andrea e Miriam, la verità di quel rapporto, ha la medesima origine che è alla base dell’amicizia del quartetto che, nonostante sia sgangherato come è sgangherata la nostra umanità, si batte e lotta per la liberazione di Furlana.

Fadigati dimostra di ben conoscere che le storie sono percorsi di umanizzazione che insegnano che cambiare è possibile, che diventare uomini e donne migliori è possibile, ed è alla portata di tutti: con Furlana viene lanciato al lettore proprio questo messaggio. Furlana apre alla fiducia nella vita e in noi stessi, aiuta a cogliere l’invisibile che è presente nel visibile, lo straordinario che vive nell’ordinario, la magia che è nascosta nel quotidiano.

E più il lettore si addentrerà in Furlana, e più andrà alla radice del significato del rapporto che lega Andrea e Miriam, e più scoprirà che quello che sta leggendo è quello a cui il suo cuore anela.

Sintetizzando, ci sembra di poter affermare che «Le forze che muovono la storia sono le stesse che muovono il cuore dell’uomo», questo il senso del romanzo, per utilizzare una frase del beato Mons. Luigi Giussani.

Un libro da leggere, un passo da compiere, dentro la nostra personale Furlana.


Francesco Fadigati, Furlana, Storia di questa notte, Bolis Edizioni 2017

venerdì 27 ottobre 2017

La Rivoluzione russa: considerazioni finali

Giovannino Guareschi

Scriveva Giovannino Guareschi che le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita, pianificando il mondo.

Questa affermazione ben si adatta a chiudere la serie di post che abbiamo pubblicato sulla rivoluzione russa, perché in fondo, proprio questo Lenin aveva in mente: la creazione di un nuovo mondo e di un nuovo uomo che fosse finalmente libero di vivere felice sulla terra, senza più le costrizioni, le catene e i pesi imposti dalla cultura della borghesia capitalista: in sostanza il paradiso sulla terra, forgiato dagli uomini senza l’intervento di Dio. 

Il nuovo leader non lascia passare molto tempo prima di iniziare la sua opera. Appena conquistato il potere, il 26 ottobre 1917, Lenin fa emanare dal Congresso dei Soviet i primi tre decreti attuativi del nuovo ordine che da lì a pochi mesi verrà imposto a tutta la Russia. Il primo decreto chiede una pace giusta ai Paesi belligeranti e pone fine all’intervento russo nella prima guerra mondiale. Il secondo decreto legalizza gli espropri compiuti dai contadini e socializza la terra. Il terzo decreto riguarda la formazione del nuovo governo degli operai e dei contadini, di cui Lenin è nominato Primo ministro.

Il giorno successivo, 27 ottobre, da Premier Lenin emana il decreto sulla stampa borghese, che viene messa fuori legge. Vengono immediatamente chiusi 122 giornali e altre 340 testate saranno chiuse entro l’agosto 1918. Il libero confronto delle idee in Russia è diventato un reato. Il 22 novembre 1917 viene emesso il decreto sui Tribunali che prevede lo smantellamento del sistema giudiziario pregresso e l’instaurazione dei Tribunali rivoluzionari: la giustizia d’ora in avanti è al servizio del partito unico. Il 7 dicembre 1917 viene istituita la Ceka, un ente speciale per la repressione e la lotta alla controrivoluzione il cui comandante risponde al capo supremo del Partito, non del Governo. Insieme a questa struttura nasce anche una nuova categoria umana, il cekista, un tutore dell’ordine che ha devoluto la propria coscienza personale alla causa del partito.  Il 16 dicembre 1917 viene rilasciato il decreto sul matrimonio civile che è l’unico riconosciuto legalmente, mentre quello religioso diventa un fatto privato. Inoltre nel 1920 la Russia sovietica diventerà il primo Paese al mondo a legalizzare l’aborto.

La fine della guerra, la terra ai contadini, la libertà di stampa, l’amministrazione della giustizia, il controllo del partito sulla società, il matrimonio: tutti temi caldi nella Russia del 1917 e Lenin capisce che deve partire da essi per iniziare l’opera di sradicamento delle vecchie abitudini e della vecchia cultura pre-rivoluzionaria, anche a costo di rieducare forzatamente milioni di russi alla novità rappresentata dall’uomo sovietico.

In pochi mesi Lenin getta le basi per dare vita ad una rivoluzione culturale, ispirata al marxismo: la creazione di un uomo nuovo che poggi la sua fede esclusivamente nel partito e si identifichi in esso come ideale, modello e valore esaustivo di vita. Ma qui sta il punto dolente: dalla totale liberazione desiderata da Lenin per la sua creatura, l’uomo sovietico, si passa al totale controllo dell’io e dei suoi affetti, sino ad arrivare ad un radicale materialismo e alla creazione di una vera e propria religione atea, al posto di quella cristiana.

Il tentativo di Lenin e dei suoi seguaci è quindi fallito, ma questo è un fatto acclarato e non è questo il momento di analizzare i settant’anni di storia dell’Unione Sovietica. Le ragioni del fallimento sono già tutte presenti nell’emissioni dei primi decreti di Lenin: non è possibile infatti ingabbiare l’uomo per lungo tempo e costringerlo a comportamenti che non lo costituiscono e lo privano della propria libertà: presto o tardi essa risorgerà e si farà sentire.

Scrive Berdjaev nel 1917: “Nella vecchia Russia non c’era abbastanza rispetto per la persona umana. Ma ora ce n’è ancora meno. A intere classi sociali viene negato il valore della persona, non si rispetta la persona; nei riguardi delle classi sociali che la rivoluzione emargina, si compie un omicidio spirituale che poi si trasforma facilmente in omicidio fisico”.  E lo storico Pierre Pascal scrive nel 1934: “Il contadino russo che aveva visto nella rivoluzione del 1917 il mezzo per liberarsi dal giogo dello Stato, il cui peso sopportava da secoli, paga oggi il prezzo di un sistema totalitario che non conosce eguali nella storia”.

Quello che Lenin ha ignorato era il fatto che per realizzare il paradiso sulla terra, semmai lo si volesse proprio edificare, non era necessario rivoluzionare con la forza gli usi e i costumi di un popolo, ma era sufficiente puntare al cambiamento del cuore dell’uomo: solo così infatti, parlando al cuore dell’uomo, senza costrizioni, si può pensare di ottenere nel tempo quei piccoli cambiamenti quotidiani che potranno farci vivere attimi di felicità sulla terra.